azione climatica parte dall’acqua

Tante gocce fanno un oceano: l’azione climatica parte dall’acqua

La transizione che stiamo affrontando in termini energetici, economici e sociali è una grande sfida e passa dal blu dei nostri mari. Imparando a sentirci parte di un unico oceano possiamo iniziare a risolverle.

Intervista a Mariasole Bianco, biologa marina e presidente di Worldrise Onlus, organizzazione che realizza progetti di conservazione e valorizzazione dell’ambiente marino attraverso attività di sensibilizzazione ed educazione.

L’acqua è ancora un tema poco dibattuto? E in che modo la nostra percezione dell’oceano, come individui e come società, è cambiata negli ultimi 20 anni?

Senza dubbio siamo diventati più consapevoli. L’oceano è stato per anni ignorato dalla politiche di sviluppo e di tutela dell’ambiente, il cui focus era principalmente terrestre (foreste, agricoltura). L’ambiente marino è entrato nell’agenda climatica solo recentemente e c’è ancora una grande differenza tra la percentuale di territorio occupata da parchi nazionali terrestri rispetto alle aree marine protette. 

Le cose negli ultimi quindici anni sono  cambiate in maniera drastica e abbiamo visto un’attenzione sempre maggiore verso gli ambienti marini. 

L’oceano, mi riferisco all’oceano come da letteratura scientifica cioè l’insieme di tutti i mari collegati che copre il 71% del nostro pianeta, è stato dalla rivoluzione industriale ad oggi il nostro più grande alleato contro il cambiamento climatico. Ha infatti assorbito il 93% del calore in eccesso presente in atmosfera e trattenuto più di un terzo dei gas serra emessi dall’essere umano: senza questa caratteristica dei nostri mari la temperatura media del pianeta sarebbe di 36 gradi superiore rispetto a quella attuale. 

Fino a pochi anni fa queste informazioni erano relegate al mondo accademico della conservazione ambientale e il ruolo dell’oceano nella mitigazione del cambiamento climatico era poco conosciuto: la prima volta che la parola oceano è comparsa nei documenti dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) è stata durante la COP21 di Parigi, nel 2015. 

L’attenzione è aumentata negli anni e continua a salire. All’interno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite c’è un obiettivo, il numero 14, dedicato interamente all’oceano e all’uso sostenibile delle sue risorse. Di passi se ne sono fatti una marea.

Una battaglia che ha contribuito enormemente ad aumentare la consapevolezza rispetto all’oceano è stata quella contro l’inquinamento da plastica  che ha poi aperto una conversazione riguardo anche alle altre sfide riguardanti gli ambienti marini.

Per chi lavora nell’ambito della conservazione ambientale e della divulgazione scientifica è importante riuscire a captare le varie lotte per poi canalizzarlile verso altre tematiche che sono meno visibili ma non per questo meno gravi.

A proposito di divulgazione, c’è poca consapevolezza a riguardo ma l’oceano è fonte di prosperità per tantissime persone nel mondo. Quali sono le maggiori opportunità che conservare ambienti marini porta? 

Dobbiamo partire innanzitutto dalla consapevolezza che la nostra esistenza dipende completamente dall’oceano. Riceviamo dal mare più del 50% dell’ossigeno che respiriamo, assorbe un terzo dell’anidride carbonica che emettiamo e regola il clima del pianeta. Quando ci sono cambiamenti a livello di correnti oceaniche, questo ha effetti drastici su tutti gli ecosistemi. Ci sono modelli che mostrano come lo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia, potrebbero influire sulla circolazione della corrente del golfo (quella che, semplificando, mitiga tutto il clima del nord europa) e questo potrebbe portare ad un abbassamento drastico delle temperature, un cambiamento simile ad una glaciazione. Ti lascio immaginare a livello economico gli impatti di un fenomeno simile. Stiamo alterando degli equilibri fondamentali, così importanti per la vita sul pianeta per come la conosciamo da avere conseguanze catastrofiche su ogni forma di vita. 

Ad esempio, dal punto di vista nutritivo, noi europei siamo abituati ad acquistare carne, verdure e pesce al supermercato o dal pescivendolo, ma ci sono intere popolazioni nel mondo che dipendono dal pesce pescato quotidianamente come fonte primaria di proteine e di reddito. Andando ad alterare gli equilibri marini interi paesi ne soffrirebbero a livello nutritivo, sociale ed economico.

Cosa pensi sia da migliorare per far si che il cambiamento diventi diffuso, che i governi prendano posizione e le aziende allineino i loro business tenendo conto delle ripercussioni sull’ambiente che li circonda? 

Stiamo assistendo ad un cambiamento a livello di consapevolezza ma è un fenomeno circoscritto, non è ancora un cambiamento globale. Ci stiamo arrivando grazie anche ad una massa critica di consumatori, a movimenti sociali dal basso spesso capitanati da ragazze e ragazzi che tra pochi anni voteranno e sono già molto attenti alle tematiche ambientali. Le aziende, così come i politici, lo hanno capito e si stanno adeguando strategicamente: oltre alle ripercussioni ambientali è ormai diventata anche una questione di profitti.

Questo cambia ovviamente a seconda delle nazioni. In Australia per esempio la tutela ambientale è vista generalmente come potenziale volano di sviluppo economico e sociale, buona parte del turismo australiano è infatti basato sulle bellezze naturali. Noi in Italia abbiamo un patrimonio naturalistico di incredibile diversità, in un piccolo pezzo di terra abbiamo le Alpi e il mar Mediterraneo, coste e colline di straordinaria bellezza. Quello che ci serve è un cambiamento culturale, nel modo di pensare all’ambiente: non più come limite ma come strumento di sviluppo economico e sociale. Con una mentalità diversa cambiano anche i meccanismi che abbiamo per implementare questo modello. C’è uno studio sull’area marina protetta di Port Cros in Francia, in cui è stato dimostrato che per ogni euro che lo stato ha investito nell’area protetta, questa ne genera 92 per la comunità.

Legato a questo, credo che Worldrise oltre a riscuotere successo in campo ambientale e educativo sia un esempio di divulgazione scientifica efficace e coinvolgente. Qual è il “segreto” per colmare quel divario tra accademia e società, per rendere più efficiente la comunicazione in materia ambientale?

In Italia purtroppo non abbiamo una coscienza ambientale radicata come valore fondamentale della società e dobbiamo lavorare per costruirla. In Worldrise proviamo a farlo attraverso l’educazione e la divulgazione, cercando di focalizzarci e promuovere le azioni che ci portano direttamente ad essere parte della soluzione e non più del problema. Siamo bombardati da notizie negative che arrivano da tutti i fronti e questo causa uno stress a livello psicologico, minando la capacità delle persone di processare le informazioni e agire di conseguenza. Quello che proviamo a fare noi è comunicare le bellezze, quel patrimonio nascosto che vale la pena conoscere, visitare e di cui prendersi cura. Alla fine, per quanto drammatica sia la situazione, abbiamo ancora un margine di tempo per cambiare rotta ed è una grande responsabilità comunicare come, e dove, agire per costruire un futuro migliore.

Quindi cosa possiamo fare noi concretamente come cittadini per prepararci a queste sfide ed evitare di propagare i danni?

Durante il lockdown ho sentito tanta gente dire “dobbiamo cambiare, siamo a un bivio” e mi sono arrivate molte richieste di persone che vorrebbero cambiare ma non sanno da dove iniziare concretamente per avere un impatto positivo. Per rispondere a queste domande abbiamo creato una campagna social chiamata “Io Cambio” attraverso cui ogni settimana diamo uno spunto diverso alle persone per fare dei piccoli cambiamenti nella loro vita quotidiana. Partendo dal bagno arrivando in cucina, diamo consigli e idee sui prodotti (detersivi, filtri per l’acqua, cosmetici) per diminuire la propria impronta ambientale. Sembrano piccoli gesti ma quel cambiamento culturale di cui parlavamo prima parte da qui, da tanti individui che cambiano, ne parlano e ispirano altri a cambiare. Se sommi tutte queste azioni si aziona un eco a livello politico che sposta le priorità dei governi.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Che consiglio daresti a chi sta iniziando (o vuole iniziare) a lavorare nel settore della conservazione ambientale?

Con Worldrise ora siamo impegnati in un progetto che ci vede come partner dell’UNESCO nella presentazione in Italia del Decennio delle Nazioni Unite dedicato alle Scienze del Mare per lo Sviluppo Sostenibile con l’obiettivo di creare una comunità, la #GenerazioneOceano ,  che sarà parte di un movimento a livello mondiale. 

Una generazione che coinvolge non solo i giovani ma tutti le persone che si vogliono dare da fare per tutelare l’oceano e gli ecosistemi marini. È vero che l’interesse sta crescendo e il mercato si sta aprendo a questo nuovo tipo di professioni però è vero anche che bisogna impegnarsi e perseverare per fare in modo che questo si stabilizzi e proteggere gli ecosistemi diventi una professione a più livelli. Quello che per me è fondamentale è tenere attive e forti la passione e la determinazione di chi ha deciso di intraprendere una carriera in questo ambito perchè lavorare nella conservazione dell’ambiente non è un percorso lineare ma è sicuramente una strada che ti può dare enormi soddisfazioni. Il mio consiglio più grande è non aspettare che le opportunità cadano dal cielo, ma imparare a crearsele. 

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