Seabin 6

Innovare educando: l’idea semplice e rivoluzionaria di Seabin

Intervista a Paola Marcon, European Operations Manager di Seabin

Seabin sta portando avanti una rivoluzione nella tecnologia di pulizia degli oceani. L’obiettivo è raccogliere i rifiuti che inquinano i nostri mari attraverso un bidone della spazzatura galleggiante. Nel corso del tempo l’azienda si è evoluta in un progetto di ricerca tecnologica e in un’iniziativa educativa di portata globale. 

Ciao Paola, partiamo dall’inizio: dove e come è nata l’idea dietro Seabin?

Il progetto Seabin è nato a Palma di Maiorca nel 2015. I due fondatori Pete e Andrew (Pete Ceglinski e Andrew Turton, nda) hanno un background in design nautico e costruzione di barche, e praticano entrambi surf, per cui hanno sempre vissuto l’oceano da vicino.

Negli anni si sono accorti come la cattiva gestione dei rifiuti, unita a uno stile di vita che ti spinge al consumo eccessivo stavano distruggendo gli ecosistemi marini. Mossi da questa consapevolezza si sono chiesti che contributo potessero portare per risolvere questo problema. L’ispirazione è arrivata da quello che c’era sulla terra, i cestini.

Lasciato entrambi il lavoro si sono dedicati al 100% alla creazione di un prototipo funzionale ed efficace. Iniziò tutto da una fabbrica, dove Pete ha anche vissuto per un periodo, iniziando a sviluppare il progetto che dopo un anno di sperimentazioni è diventato Seabin, il cestino del mare.

Come funziona Seabin?

Il cestino (l’ultima versione si chiama V5 Seabin, nda) è molto semplice: si muove su e giù con la portata della marea raccogliendo tutti i detriti galleggianti, evitando quindi di catturare piante e animali acquatici che vivono sotto la superficie. L’acqua viene aspirata dalla superficie e passa attraverso una sacca di raccolta all’interno del Seabin, con una pompa sommersa in grado di spostare 25000 litri all’ora, collegata direttamente ad una presa a 110/220V. L’acqua viene poi pompata nuovamente nel marina lasciando rifiuti e detriti intrappolati nella sacca di raccolta per essere smaltiti correttamente.

Il sacco di raccolta può contenere fino a 20 kg di detriti e contiene un tampone all’interno che assorbe gli oli inquinanti. In media raccoglie 1,5 kg al giorno, comprese le microplastiche fino a 2 mm. Ciò equivale a oltre 1/2 tonnellata di detriti all’anno.

Avete anche progetti di educazione legati al progetto Seabin?

I primi anni li abbiamo passati a perfezionare il processo di creazione del cestino assieme a Poralu, l’azienda che li produce e li distribuisce, arrivando a installarne 860 in 50 paesi diversi. Per Seabin questo non può essere slegato alla raccolta dati e all’educazione. 

I cestini sono solo un piccolo aiuto al grande problema dell’inquinamento del mare, l’ideale è che in futuro non avremo più bisogno di Seabin per pulire il mare perché i rifiuti saranno smaltiti correttamente prima di arrivare in acqua. 

Abbiamo creato per questo un programma educativo chiamato Seabin Foundation con il quale facciamo lezioni nelle scuole, dimostrazioni nei porti e portiamo avanti progetti di awareness. Lavoriamo con soluzioni proattive come il Seabin V5 ma educhiamo anche a soluzioni preventive, come ridurre il consumo di plastica direttamente a casa, evitando di comprare quando non necessario l’acqua in bottiglia e utilizzando sistemi di filtraggio che riducano l’utilizzo di plastica in generale.

Il programma educativo è quindi fondamentale ed è complementare a quello di raccolta dati che per noi è estremamente importante al fine di conoscere che tipo e che quantità di spazzatura raccoglie Seabin. 

Negli ultimi 4 anni ci siamo dedicati a raccogliere questi dati in tutte le località in cui abbiamo installato Seabin e abbiamo creato un programma chiamato Pollution Index dove classifichiamo tutte queste informazioni. Ogni volta che svuotiamo i cestini dalla spazzatura, la pesiamo, la classifichiamo e la ricicliamo, documentando tutto con foto e video. Alla fine con tutte queste informazioni creiamo analisi di impatto da fornire ad aziende e governi. Il fatto che l’impatto sia quantificabile e classificabile è di importanza vitale e ci permette di far crescere il business con un approccio data driven.

La percezione nella cultura di massa dell’inquinamento ambientale, in particolare dell’inquinamento marino, è migliorata negli ultimi anni, anche grazie a una comunicazione più efficace. Quanto è importante la comunicazione nel tuo lavoro? E quali sono secondo te le strategie migliori per portare avanti un cambiamento?

Il fatto di condividere quello che facciamo, come lo facciamo e perché lo facciamo. La condivisione sta alla base di tutto, del cambiamento in particolare.

Condividere i dati con i governi locali, con le persone e soprattutto con ragazze e ragazzi, coinvolgendoli nell’impatto positivo che stiamo avendo sull’oceano, credo sia il miglior modo di diffondere positività e avere un impatto concreto. Così facendo infatti creiamo delle comunità che credono in quello che facciamo e si impegnano in prima persona per portare avanti questo messaggio.

Questa è la strategia che utilizziamo e che ci ha portato fino a qui: il problema della plastica nel mare è un problema che riguarda tutti e non è si può risolvere da soli.

Cosa manca a livello politico per rispondere alle richieste di sostenibilità da parte della popolazione?

Purtroppo i governi sono spesso tra gli ultimi a riuscire a fare qualcosa per un problema così globale come l’inquinamento dei mari da plastica. Le cose che mancano sono un accordo serio e vincolante, reti sociali stabili e dei finanziamenti importanti per l’innovazione tecnologica a servizio dell’ambiente.

Credo comunque che con quello che sta succedendo di questi tempi, tra pandemia e cambiamento climatico, si sta diffondendo la comprensione che i problemi che stiamo avendo a livello sanitario, economico, sociale sono intrinsecamente legati al nostro approccio estrattivo e lineare verso le risorse naturali.

Per questo noi ci concentriamo su progetti di impatto che siano misurabili e tangibili: per mostrare che il problema c’è ma si può risolvere con innovazione e collaborazione.

Cosa possiamo fare concretamente come cittadini per rispondere insieme a queste sfide?

Io credo nel potere delle piccole azioni. Credo che ogni cambiamento nelle nostre azioni quotidiane cambi il mindset che adottiamo verso problemi più grandi. Riciclare per esempio ti da la misura di quanto consumi e quanto imballaggio utilizzi.

Dalle piccole azioni cambi il tuo modo di pensare e se poi trasmetti questo mindset ai tuoi figli allora starai influenzando il futuro.

Per raggiungere un cambiamento globale dobbiamo iniziare a pensare locale e circolare, a riutilizzare gli scarti di un’industria come materia prima per un’altra e iniziare a  collaborare di più per raggiungere obiettivi comuni.

Portarsi le borse della spesa da casa, utilizzare borracce, bere acqua del rubinetto, comprare meno vestiti, o comprarne usati, sono piccole cose ma a fine anno queste piccole cose si accumulano e riducono enormemente la quantità di rifiuti prodotta.

Se non facciamo qualcosa adesso rischiamo di non uscire più dalla crisi (ora sanitaria, in futuro climatica) ma per me è importantissimo mostrare il lato positivo. 

In Seabin siamo contenti di raccogliere la spazzatura perché sappiamo che stiamo pulendo il mare e questa è una buona azione, una cosa positiva. Condividiamo il nostro lavoro da questa prospettiva, perché pensiamo che oltre ad essere positiva è una cosa che ti fa stare bene e che ti fa entrare in un mindset di collaborazione che porta a un cambiamento globale.

Questa è la filosofia di Seabin: un approccio positivo, di azione e sensibilizzazione tramite dati, per migliorare le prospettive future educando le persone.

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